
di Alfonso Maffettone
ROMA,16 FEB, (Italia Estera) - Il movimento popolare che ha scosso Tunisia, Egitto, Yemen e che sta replicando in Libia, Iran, Bahrein, è sorto spontaneamente. Nessun capo, gruppo o partito politico si è potuto attribuire la paternità del sisma sociale che ha decapitato le dittature del tunisino Ben Alì e dell’egiziano Hosni Mubarak e che sta allungando i suoi tentacoli allo Yemen di Ali Abdalá Saleh. L’onda di protesta, sia pure debolmente, si è fatta sentire anche in paesi come Siria, Giordania, Algeria, Marocco, e Arabia Saudíta.
E’ una rivoluzione epocale paragonabile alla caduta del muro di Berlino ed alla disintegrazione dell’Unione sovietica e dei suoi satelliti. In Occidente nessuno analista, né la stampa, né le cancellerie , né gli esperti avevano previsto quanto stava esplodendo nelle società autoritarie arabe. Gli eventi si sono succeduti senza un piano di razionalizzazione e sono stati messi in moto dalla scintilla della rivoluzione dei gelsomini divampata con il sacrificio di un giovane e disperato tunisino di provincia llamado Mohamed Bouazizi che si è immolato con il fuoco. L’incendio si è esteso rapidamente a tutto il Medio Oriente appiccando le fiamme alle dittature decennali delle clientele e della corruzione che avevano accumulato immense fortune per il capo ed i parenti lasciando enormi settori della popolazione nella povertà.
I tempi moderni e la globalizzazione hanno fornito gli strumenti di lotta. Telefonia mobile, Internet, blogs , Facebook, Twitter, i cosiddetti social network che i sistemi dittatoriali non potevano tenere sotto il controllo della censura e dell’ignoranza tradizionale si sono convertiti da mezzi della nuova tecnologia in armi di comunicazione per la convocazione dei raduni ed il coordinamento delle azioni. In un primo momento sembrava una caotica esplosione di scontento anarchico ma dopo è emerso che la comunicazione fra i manifestanti aveva permesso una tecnica ed una strategia della rivolta. Le catene internazionali delle televisioni e le risorse della tecnologia audiovisiva hanno mostrato dal vivo a tutto il mondo le immagini della miseria e dell’arretratezza del mondo arabo. Piazza Tahrir al Cairo è così diventata il simbolo dell’ ansia di modernizzazione e democratizzazione nella valle del Nilo. La cosa rilevante è che vandalismo e saccheggio sono stati limitati all’esplosione iniziale delle proteste.
In un discorso televisivo il Presidente Usa Barack Obama ha dimostrato di aver capito che la storia, se si intende il progresso della umanità verso la libertà e la giustizia, si era messa in moto nel mondo arabo. “Negli ultimi giorni , la passione e la dignità che hanno dimostrato i cittadini di Egitto hanno indicato una ispirazione per tutti i popoli del mondo, inclusi gli Stati Uniti e per tutti quelli che credono la libertà umana è inevitabile”, ha detto il Capo dell’Esecutivo.
Parole nobili e condivisibili ma attenzione alle trappole dell’integralismo islamico e del terrorismo di Al Qaida. Negli anni settanta crollò in Iran il regime repressivo dello Scià Mohammad Reza Pahlavi . L’evento fu salutato dal mondo occidentale come la fine del feudalesimo in quel paese. Il popolo iraniano invocò il ritorno dall’esilio di Parigi dell’ Ayatollah Khomeini il quale fu accolto come il salvatore della patria.
La storia ha dimostrato che Khomeini è stato uno dei leader più crudeli dell’ umanità. La Repubblica Islamica da lui costituita secondo i dettami della legge coranica ha lasciato una pesantissima eredità di fanatismo anti-occidentale. Il successore di Khomeini, il presidente Mahmoud Ahmadineijad domina in Iran seminando ingiustizia e morte e non riconosce l’esistenza di Israele. Fortunatamente il popolo non si è arreso ed è sceso di nuovo in strada in questi giorni dopo le repressioni del 2009.
Alfonso Maffettone/Italia Estera