ROMA, 29 MAG Nei giorni scorsi si è svolto a Roma presso il salone d’onore della caserma della Guardia di Finanza “Sante Laria” un interessante Convegno di studi dal titolo “Protagonisti Militari della Resistenza e della Liberazione”. Il giornalista Massimo Filippini ha tenuto una esauriente relazione su Cefalonia ed ha dimostrato, con documenti, che dopo la resa non ci fu lo sterminio quasi totale della ‘Acqui’ ma un’ infame rappresaglia diretta contro gli ufficiali e non anche contro la truppa; e ciò analogamente a quanto accadde a Corfù e in altre zone dove i nostri militari opposero resistenza alle ingiunzioni tedesche di disarmo.
Questo il testo:
Incentrerò il mio intervento su due punti che sull’argomento “Cefalonia” sono di stretta attualità, e cioè i dati numerici dell’”eccidio” e le responsabilità del Comandante della Acqui gen. Gandin.
Per quanto riguarda i primi ho accertato – alla luce di documenti rinvenuti negli Archivi militari – che a Cefalonia dopo la resa non ci fu lo sterminio quasi totale della ‘Acqui’ ma un’ infame rappresaglia diretta contro gli ufficiali e non anche contro la truppa; e ciò analogamente a quanto accadde a Corfù e in altre zone dove i nostri militari opposero resistenza alle ingiunzioni tedesche di disarmo.
Tutto ciò è riportato nel mio ultimo libro ‘I Caduti di Cefalonia: fine di un Mito’ in cui ho provato che i Caduti e i Fucilati nei combattimenti dal 15 al 22 settembre furono circa 1300; i Fucilati dopo la resa del 22 settembre furono principalmente gli ufficiali, di cui 136 alla famigerata Casetta Rossa il 24 e il 25 settembre – e in questo secondo giorno cadde mio Padre, il magg. Federico Filippini, Comandante del Genio Divisionale – oltre ad altri sventurati come 17 marinai di cui i Tedeschi si servirono per trasportare le loro vittime. Altri militari poi (circa 1300) perirono in mare nei giorni successivi durante il trasporto in continente (per urto su mine messe da noi). Comunque il totale dei fucilati dopo la resa (intendendo per tale, si badi bene, anche quella richiesta da un singolo o più militari che gettano le armi e alzano le braccia) non superò le 350 – 400 unità; ben lontano quindi dalle migliaia e migliaia (9.000? 10.000? 11.000?) di cui da decenni si parla.
Questi dati numerici, certificati da documenti ufficiali dell’Esercito, assumono un’importanza fondamentale non solo per far luce sulla ridda di cifre da sempre fatta sul punto ma soprattutto per dimostrare l’insussistenza delle accuse che qualcuno ha mosso recentemente a Gandin secondo cui il generale avrebbe addirittura tradito i suoi uomini provocando anche l’eccidio della truppa nelle colossali dimensioni sopra accennate.
Anche il prof. Rochat, il noto storico, dopo la pubblicazione del mio libro si è dissociato da tali dati numerici in un’intervista del luglio 2006 a “L’Avvenire”, definendo gli stessi come “invenzioni di gente che non ha senso storico e somma tutte le cifre possibili”.
Ciò premesso, non mi soffermo sui fatti di cui per sommi capi quasi tutti sono al corrente, e passo ad analizzare la questione della responsabilità che si vuole addossare ad una Medaglia d’Oro del nostro Esercito senza che, purtroppo, da quest’ultimo si sia levata, forte e chiara, una voce a difenderne la memoria oltraggiata dall’accusa più infamante per un militare: quella di tradimento.
Sissignori, ho detto e ripeto che il gen. Gandin, primo dei 136 ufficiali massacrati nell’infame rappresaglia, è accusato da qualcuno – assolutamente minoritario ma al quale però alcuni media in cerca di scoop hanno dato immeritato risalto – di aver addirittura tradito, trescando con i Tedeschi, i propri uomini provocandone – dopo la resa – l’eccidio quasi totale: ciò per aver scritto loro, il 14 settembre, di non poter attuare gli accordi per la cessione delle artiglierie e delle armi pesanti conclusi in osservanza dell’ordine del Comando dell’XI^ Armata italiana (cui tra l’altro le altre dipendenti Divisioni – meno la Pinerolo che finì massacrata dai partigiani comunisti greci – prontamente obbedirono), poiché la Acqui era restia a radunarsi nella zona di Sami per un successivo trasferimento concordato tra le parti.
Da tale lettera, rinvenuta nell’Archivio militare tedesco di Friburgo ma agevolmente leggibile nell’ Ufficio Storico Esercito di Roma, il qualcuno di cui sopra ha tratto la conclusione che Gandin sia stato un traditore avendo rivelato al nemico un segreto militare e cioè che la Divisione era in uno stato di rivolta, con ciò scatenando l’ira di Hitler che emanò uno specifico ordine (Sonderbefehl) di fucilare anche i soldati come rei di ammutinamento.
Questa tesi è del tutto infondata poiché Gandin non rivelò ai Tedeschi nulla che già non sapessero in quanto Italiani e Tedeschi erano stati frammischiati fino al 14 settembre e a questi ultimi non era certo sfuggita – a meno di ritenerli dei ritardati mentali – la sedizione che montava nella Divisione dove alcuni militari – aizzati da pochi ufficiali in sottordine – si resero autori di plateali atti di rivolta come il lancio di una bomba contro l’auto di Gandin compiuto da un carabiniere e addirittura l’uccisione del cap. Pietro Gazzetti per mano di un M.llo della nostra Marina nella piazza di Argostoli da dove il poveretto venne inutilmente trasportato al vicino Ospedale addirittura da un motociclista tedesco. Il maresciallo – riferì il cappellano Formato – voleva che il capitano gli consegnasse il camion con cui stava adempiendo a un compito umanitario per ordine di Gandin, e all’ovvio rifiuto gli sparò gridando “Anche voi appartenete alla schiera vigliacca dei traditori!”, con chiaro riferimento al Comando di Divisione che da giorni trattava con i Tedeschi proprio per evitare la tragedia poi avvenuta.
Un cenno meritano anche le cannonate sparate dalla nostra artiglieria all’alba del 13 settembre – per autonoma iniziativa di tre comandanti di batteria – contro due motozattere tedesche in avvicinamento ad Argostoli le quali, vistesi prese di mira, lanciarono addirittura in aria razzi colorati per farsi riconoscere, mai pensando che in periodo di tregua gli Italiani si comportassero in tal modo.
Nell’occasione i Tedeschi subirono 5 morti, che indubbiamente pesarono sul loro crudele comportamento successivo, su cui certamente influì anche la rabbia per l’uccisione di un loro capitano del Genio durante l’attacco ad una casermetta compiuto subito dopo da alcuni artiglieri capeggiati dal ten. Apollonio, uno degli sparatori del mattino.
Del resto – è stato testimoniato da più parti ed è comunque notorio – si cercava il “fatto compiuto”.
Di fronte a tale quadro c’è da chiedersi come si possa ragionevolmente sostenere che il gen. Gandin abbia rivelato ai Tedeschi chissà quale segreto militare, dal momento che essi erano perfettamente al corrente della situazione in continuo peggioramento e il loro comandante t. col. Barge ne informava in continuazione i propri Superiori.
E’ evidente quindi che l’ordine di Hitler di ‘non fare prigionieri’ (poi sostanzialmente disatteso per quanto riguardò la truppa) fu dato non sulla base della lettera di Gandin ma di tutti gli atti che precedettero lo scontro compiuti da una parte dei militari – e non da tutti – della Divisione. Ciò consentì ai Tedeschi di agire – prima e dopo la nostra resa – facendosi addirittura forti, in assenza di una nostra dichiarazione di guerra – che presentammo solo il 13 ottobre successivo – delle Convenzioni Internazionali che consideravano e considerano ‘partigiani’ o ‘franchi tiratori’, e quindi passibili di fucilazione immediata, i soggetti che imbracciano armi senza avere la qualità di combattenti regolari: e proprio per tal motivo il 29 settembre ’43 durante un incontro a Malta tra i nostri responsabili Badoglio ed Ambrosio e il gen. Eisenhower quest’ultimo sollecitò i predetti a dichiarare al più presto guerra ai Tedeschi onde evitare fucilazioni indiscriminate di nostri militari caduti nelle loro mani dopo l’armistizio.
A tali circostanze, più che sufficienti ad escludere l’insensata accusa di tradimento mossa a Gandin, fanno riscontro le elucubrazioni del qualcuno di prima (lo sapete ormai, è il “ricercatore” Paolo Paoletti) il quale, assolutamente digiuno di regolamenti e di diritto penale militare, si arroga il diritto di stabilire come doveva comportarsi il gen. Gandin; senza tener conto che gli ordini di un Comandante, specie di una Grande Unità come la Acqui, dovevano essere eseguiti senza spiegare a tutti i dipendenti – nessuno escluso – l’iter formativo degli stessi, a norma del Regolamento di Disciplina secondo cui l’obbedienza deve essere “pronta, rispettosa ed assoluta”.
In altri termini Gandin nell’ordinare ai suoi sottoposti di raccogliersi nella zona di Sami per il successivo rientro in Italia – come i Tedeschi, mentendo, gli avevano assicurato – non era tenuto a dare spiegazioni a chicchessia se non ai propri Superiori. A riprova della giustezza di ciò, tutti gli ufficiali di carriera compreso il col. Romagnoli comandante dell’artiglieria – falsamente inserito tra gli ufficiali ‘ribelli’ – erano pronti ad eseguire l’ordine, ben consapevoli delle spiacevoli conseguenze che un eventuale rifiuto d’obbedienza avrebbe comportato.
Malgrado ciò Paoletti, nelle vesti di un improbabile Pubblico Ministero, rivolge a Gandin l’accusa di “tradimento” perché dopo aver rivelato ai Tedeschi ciò che forse essi sapevano meglio di lui ordinò ai suoi uomini di raccogliersi a Sami, ben sapendo – egli sostiene – di non adempiere all’ordine del Comando Supremo di considerare i Tedeschi ‘come nemici’. Ma proprio su questo punto la tesi crolla, poiché se un giudizio sotto il profilo morale sul comportamento di Gandin può essere sempre espresso da chiunque anche dopo 60 anni (come fa del resto Paoletti), sotto il profilo giuridico si deve osservare che tale ordine era insindacabile da parte dei suoi subordinati e gli unici a potersi pronunciare sulla sua rispondenza alle leggi e ai regolamenti militari erano, al momento, esclusivamente i suoi Superiori.
Da ciò consegue che – a guerra finita – qualora non fosse avvenuta la tragedia il gen. Gandin avrebbe potuto essere processato per il reato di “Inosservanza di un ordine” da un Tribunale Militare, ma i suoi giudici sarebbero stati quelli previsti dalla legge e non dei militari da lui dipendenti arrogatisi con la violenza, le minacce e l’insubordinazione il diritto di stabilire cosa dovesse fare il loro Comandante.
Questo sì che è inaudito; ed ancor più lo è il credito che taluni conferiscono alle sballatissime tesi sopra accennate mostrando di essere completamente digiuni oltre che di leggi e regolamenti militari anche della benché minima conoscenza dei fatti avvenuti all’epoca e nell’immediato dopoguerra, quando alcuni ufficiali generali che – in circostanze analoghe – non tennero in conto il suddetto ordine di Brindisi vennero processati e tutti assolti.
Ecco quanto scrisse al dr. Roberto Triolo (il promotore dei processi contro gli autori della rivolta contro Gandin) il gen. Antonio Basso:
“Roma 15 ottobre 1946 Egregio dottore…Anche io, in Sardegna, ebbi in quei tristi giorni dai Superiori dello Stato maggiore rifugiati in Brindisi, ordini feroci di azioni contro i Tedeschi, ordini ineseguibili che avrebbero portato a gravissime conseguenze per le mie truppe. Ebbi anch’io degli illusi e dei ribelli che volevano forzarmi la mano ma potei resistere e domarli, ottenendo in otto giorni la completa liberazione dell’isola. Ebbene, per questo, nell’ottobre 1944 fui arrestato per “Mancata esecuzione di ordini” (art. 100 cod. pen. mil. di guerra: fucilazione!), tenuto due anni in carcere in attesa di un processo volutamente ritardato e finalmente svolto nel giugno 1946, col palese risultato sancito nella Sentenza che non avrei potuto agire meglio nell’interesse del Paese. F. to gen. Antonio Basso”.
Analogamente si espressero i generali Vercellino e Castagna, anch’essi assolti con formula piena da ogni imputazione.
Concludo sul punto riportando le eloquenti parole del dr. Triolo contenute nella sua terza denunzia (del 23 agosto 1946) dove – riferendosi alla testimonianza resa dal Maresciallo Giovanni Messe in occasione dei processi ai generali Basso e Castagna – egli scrisse:
“Ora mi è piaciuto apprendere da persona amica che tale mia opinione di profano di cose militari è condivisa da un competentissimo, nientemeno che dal Maresciallo Messe, come si rileva indirettamente dalla testimonianza da lui resa nel processo a carico dei generali Basso e Castagna, alla assoluzione dei quali “perché il fatto loro ascritto non costituisce reato” ha fatto seguito subito dopo quella del gen. Dalmazzo. Leggesi infatti sul “Corriere del Popolo” di Genova del 27 giugno u.s. quanto segue: ‘Al processo contro i generali Basso e Castagna ha deposto stamane il gen. Messe, che ha descritto la vera situazione della Sardegna (e che, non foss’ altro per essere territorio nazionale, doveva essere ben diversa da quella di Cefalonia) alla data dell’armistizio, criticando le direttive di Brindisi come non attuabili in riferimento alle condizioni locali. Ha soggiunto che se il gen. Basso avesse potuto attaccare il combattimento avrebbe avuto molto probabilmente [a Cefalonia, aggiungo io, sicurissimamente] esito sfavorevole, ed ha concluso – per ciò che riguarda il Basso – approvandone l’operato. Quanto al Castagna, ha riconosciuto che la situazione delle truppe del XXX° Corpo d’Armata non consigliava di attaccare’.
In relazione a quest’ultimo punto, quale situazione peggiore di quella in cui si trovava l’8 settembre la Divisione Acqui, completamente isolata, senza un solo velivolo, senza una sola nave, con alle spalle 350.000 Tedeschi allenati, forniti di mezzi da trasporto, di ogni specie di armamento e soprattutto di Stukas, inferociti dall’armistizio?”
Alla luce di quanto sopra nulla resta, dunque, delle infami accuse contro il gen. Gandin se non che egli fu un Martire predestinato e addirittura consapevole, come evidenzia il rifiuto da lui opposto ai Tedeschi di recarsi a Vienna per conferire con Mussolini, appena liberato (con un aereo tenuto invano a sua disposizione per l’intera giornata del 13 settembre), per cui dinanzi al suo diniego essi dovettero comunicare ai loro superiori che il ‘traditore’ (dei Tedeschi evidentemente, non dei suoi subordinati) Gandin si rifiutava di abbandonare la sua Divisione preferendo – aggiungo io – restare a condividere la sorte dei suoi uomini ed a morire eventualmente con essi come poi avvenne.
Credo che quanto ho detto basti a rievocare nella giusta luce chi, per il Martirio che – da più parti – dovette subire, fu meritatamente decorato della massima onorificenza militare.
Un’ultima considerazione, per finire, sulle cifre della vicenda che come ho detto in apertura furono – per fortuna – assai meno catastrofiche di quanto si è fino ad oggi narrato.
Di esse ho ampiamente trattato nel mio citato libro “I Caduti di Cefalonia: fine di un mito” cui mi riporto integralmente ribadendo quanto in esso ho scritto nella consapevolezza di aver compiuto per intero quanto la mia coscienza reclamava ch’io facessi.
Mi limiterò a far presente che i Tabulati contenenti i nomi dei Caduti, le circostanze e il luogo della morte, furono trasmessi all’Ufficio Storico dell’Esercito dalla Direzione Generale Leva del Ministero Difesa addirittura nel 1992, rimanendo lettera morta fino al 2006 poiché evidentemente il loro contenuto smentiva le enormi dimensioni della vicenda e mal si accordava con l’aspetto mitologico ad essa conseguentemente conferito fin dal suo verificarsi.
Detto “Elenco dei Caduti della Divisione Acqui e Reparti Aggregati durante la guerra 1940-45” è stato da me analizzato con l’ausilio di riscontri di ogni genere e le conclusioni cui sono giunto, se da un lato smentiscono l’aspetto mitologico dall’altro arrecano sollievo per il limitato numero di Vittime che si verificarono.
Ma ciò sembra non essere gradito ai cultori della vulgata catastrofica fino ad oggi in auge. Me ne dispiaccio ma non posso farci niente.
La storia, quella vera, ha la precedenza sulle ricostruzioni di fantasia e sui miti inesistenti.
Massino Filippini/Italia Estera
Nella foto scattata a Cefalonia prima dell’eccidio (da sin.) Il gen. Antonio GANDIN, com.te della "Acqui", il cap. Piero GAZZETTI, addetto all'Uff. Assistenza del Comando di Divisione e il ten. col. Ernesto CESSARI, com.te del 17° regg. Fanteria tutti passati per le armi. ( tratta dal libro di Massimo Filippini “La tragedia di Cefalonia”)